Aldo Pantozzi: dal terremoto della Marsica alla tragedia di Mauthausen

All’alba del 13 gennaio 1915 un gruppo di giovani ventenni (tutti nati nel 1895) percorreva il viale, deserto, che univa Avezzano alla sua stazione: andavano verso il treno che li avrebbe portati al servizio militare. Non cantavano, come fanno i coscritti, un vento gelido spazzava la pianura avezzanese.

Ma uno di loro procedeva suonando un’ocarina: una melodia popolare fra il melanconico e il brioso. Erano le 7:25. Solo mio padre seguiva il gruppo, aveva 28 anni, andava in stazione per il suo lavoro di ferroviere; sentiva quel suono dolce, che colpiva il suo animo gentile. Fu un attimo: udì un fragore tremendo: vide una gigantesca nube di polvere levarsi al cielo nel luogo in cui era la città. Prese a correre in quella direzione. Trovò una montagna di macerie.

Scavò con le mani dove era la sua casa, nella speranza di cogliere un segno di vita.

Non c’era più vita lì attorno, solo 32.610 morti e la disperazione dei giovani del 1895, che vagavano, accecati dalla polvere e dalle lacrime! Il terremoto lo aveva d’un tratto reso orfano, solo; nessun parente, nessun amico era in vita.

Biografia di Aldo Pantozzi a cura di Giuseppe Pantozzi in: “Una storia fatta a persona: contributi per un dizionario biografico trentino del Novecento” a cura di Rodolfo Taiani

Aldo Pantozzi nacque ad Avezzano il 5 marzo 1919, in una famiglia profondamente segnata dal terremoto del 13 gennaio 1915 che aveva distrutto la città e annientato l’intero nucleo familiare del padre. Quella catastrofe costituì il vero spartiacque della storia familiare: il padre Ernesto, giovane ferroviere, rimase improvvisamente solo tra le macerie di una città cancellata, mentre l’Italia si avviava verso la Prima Guerra Mondiale. La nascita di Aldo, avvenuta al termine di quella lunga stagione di lutti, fu vissuta come un segno di rinascita. Il figlio era venuto al mondo in una baracca di legno, costruita accanto allo scalo ferroviario dagli ex prigionieri di guerra austriaci.

Nel 1923 Ernesto venne nominato capostazione di Tagliacozzo, dove Aldo trascorse alcuni anni della sua infanzia. Nella cittadina marsicana frequentò le scuole elementari e l’istituto di avviamento al lavoro, seguendo inizialmente un percorso tecnico. I genitori, tuttavia, decisero a costo di grandi sacrifici di indirizzarlo agli studi classici.

Seguendo i trasferimenti del padre, Aldo proseguì gli studi tra il Trentino e l’Alto Adige. Quegli anni furono segnati dall’incontro con ambienti culturali complessi e plurilingui e da una precoce maturazione del carattere. Gli studi culminarono nella laurea in giurisprudenza nel 1942, ma furono soprattutto il clima politico e sociale dell’epoca a incidere profondamente sulla sua formazione.

Dopo l’8 settembre 1943, di fronte al crollo dello Stato, all’occupazione tedesca e alla violenza esercitata contro soldati e civili italiani, Aldo maturò una scelta netta di opposizione. A Cavalese, dove si era rifugiata la famiglia, entrò in contatto con ambienti resistenziali della Val di Fiemme. Il suo avvicinamento alla Resistenza non fu ideologico né improvviso, ma il risultato di una riflessione alimentata dagli eventi: la cattura dei soldati italiani, l’arroganza del potere nazista, la collaborazione armata di settori della popolazione locale. In quel contesto assunse responsabilità organizzative e divenne una figura sorvegliata dalla polizia tedesca.

Arrestato il 1° dicembre 1944, fu detenuto a Trento e poi a Bolzano per poi essere sottoposto a interrogatori durissimi da parte della Gestapo. Il 1° febbraio 1945 venne deportato nel campo di sterminio di Mauthausen, dopo un viaggio di tre giorni in un vagone bestiame. Nel Lager visse circa cento giorni. Furono mesi segnati dall’afflusso massiccio di deportati, dalla fame estrema, dal freddo, dalle umiliazioni sistematiche e dall’incombente presenza della morte. Sopravvisse coraggiosamente, senza cedere alla degradazione imposta dal sistema concentrazionario. Tornato libero, fu tra i primi reduci italiani a lasciare una testimonianza scritta sull’esperienza di Mauthausen, pubblicando nel 1946 il libro Sotto gli occhi della morte: da Bolzano a Mauthausen.

Sotto la macchia cupa di quella fumata, alla domenica, avveniva un altro fatto: in quel pomeriggio i nostri aguzzini si concedevano uno svago sportivo giocando a pallone nel campo sportivo, che era adiacente al Lager e visibile oltre lo spinato. Annoto questo fatto perché alle partite, dalla strada di accesso al campo sovrastante, che distava dal nostro filo spinato non più di 30 o 40 metri, assisteva alla partita, spesso, il «pubblico» e cioè la popolazione del vicino paese di Mauthausen, composto di giovani e signore, anche con le carrozzelle dei bambini, allo spuntare del primo pallido sole di marzo. E vivo era il «tifo» per i loro campioni.

Uscendo talvolta dai blocchi noi vedevamo quei pacifici spettatori della partita domenicale e, così, oltre lo spinato, essi vedevano quegli scheletri nudi e sentivano il ringhio dei famelici lupi lungo il filo spinato. Eppure mamme, bambini e vecchi passeggiavano al sole, indifferenti, e sorridevano beati. Era questa la popolazione, che potendo «vedere» almeno uno squarcio della nostra tragedia ed avendo un cervello per poterne derivare tutto il resto, rimase impassibile ed inerte spettatrice. Ora fa anche essa la vittima del nazismo e addirittura osa fare comizi per proclamare rivendicazioni territoriali a nostri danni.

Aldo Pantozzi – “Sotto gli occhi della morte: da Bolzano a Mauthausen” pag.88

Nel dopoguerra Aldo Pantozzi dedicò le proprie energie alla ricostruzione civile e culturale del suo paese. Esercitò la professione giuridica a Bolzano, prima come avvocato e poi come notaio; fu animatore di iniziative culturali, fondatore di associazioni, studioso della storia e delle istituzioni della Val di Fiemme, alla quale si legò profondamente anche attraverso la costruzione della sua casa a Cavalese. Partecipò allo sviluppo economico e turistico della valle e contribuì alla tutela del patrimonio storico, ambientale e comunitario, in particolare della Magnifica Comunità di Fiemme.

Coltivò per tutta la vita amicizie, interessi culturali e una forte attenzione alle tradizioni locali, convinto che la memoria storica e civile fosse un bene da difendere. Morì il 10 novembre 1995. Ancora oggi viene ricordato come partigiano della Resistenza, testimone dei Lager nazisti, uomo di cultura e figura centrale della vita civile dell’Alto Adige e della Val di Fiemme.