I racconti di Angizia


Autore:
Giuseppe Pennazza

Anno:
1922

Casa Editrice:
Carlo Maggi – Avezzano

 

Natale

Manca una settimana a Natale. Fa freddo e nevica. Angizia tutte le sere viene a tenermi compagnia. Ella scende dal suo boschetto; lieve cammina per il sentiero coperto di neve, sale veloce la scalinata della mia casa, nell’atrio batte i zoccoli e scuote lo scialle coperto di neve. Ci stringiamo davanti alla bella fiamma del camino ed i nostri discorsi non sono che ricordi del passato, in quest’epoca più di ogni altra propizia alle care memorie dell’infanzia. Angizia mi lascia quando, prima di andare a letto, io copro con la cenere le braci del fuoco.
In questi freddi e plumbei mattini di dicembre, svegliandomi a me sembra ancora udire, con stringente sconforto, il suono chiaro delle ciaramelle e quello un po’ roco delle cornamuse suonate per la novena del Natale dai zampognari nelle case e per le vie, davanti a rustici presepi ed a caratteristiche immagini sacre. Richiudo gli occhi e, come in un sogno, riprovo la dolcezza di quei suoni che ora sono indelebilmente impressi solo nella mia fantasia e che udì da bambino nella mia vecchia casa, felice, vicino alla mia mamma, con desideri e speranze tanto diverse dalle presenti…… Tutto fu distrutto, tutti perirono e quei giorni sono lontani ed inutilmente si tenta di riviverli!
In Avezzano la festa del Natale non era, per dire il vero, il venticinque dicembre ma la sera e la notte della vigilia. In Abruzzo la leggenda predominante è che la strega deve partorire nella notte di Natale e le femmine nate tra il ventiquattro ed il venticinque dicembre sono tute streghe e gli uomini tutti stregoni. A vent’ore dalla vigilia, cioè alle quattordici, in ogni casa di Avezzano si accendeva nel camino della vasta ed affumicata cucina, dalle pareti ornate da splendenti utensili di ogni dimensione, un gran ciocco, cioè un ceppo annoso il più delle volte antecedentemente benedetto.
Le braci di esso servivano per cuocere le numerose vivande del cenone di magro e per riunire intorno al fuoco la famiglia e gli ospiti cari, mentre si attendeva la messa della mezzanotte giocando a tombola.
Un po’ dopo dell’Ave Maria, le vie di Avezzano si spopolavano e s’impregnavano di un odore, spesso troppo forte ed acre, di olio fritto; le case s’illuminavano, la fuliggine di qualche camino andava in fiamme e, quando fuori tutto taceva ed era deserto e le famiglie erano a tavola, si vedevano nell’oscurità della sera delle grandi torce ardenti portate da alcuni giovinastri che attraversavano tutte le vie e tutti i vicoli gridando ripetutamente:
Streò…., streò…Alla casa Ziriò!*
Erano i soliti giovinastri, i tipi più scapestrati della città, i quali non avevano famiglia o che non sentivano il bisogno dell’intimità di essa nemmeno in quella notte ed andavano, invece, in cerca della strega…
Le torce erano state fatte coi vimini, coi ramoscelli resinosi e colle foglie secche cadute dagli alberi durante l’autunno. Quando si era quasi alla fine del cenone, il capo di casa si ricordava che sotto al proprio piatto vi era qualche cosa…; i fanciulli trepidanti arrossivano. Tutti tacevano ed egli leggeva una dopo l’altra le lettere di augurio dei bambini mentre, spesso, durante la lettura la voce gli tremava e negli occhi della mamma e degli altri congiunti brillavano le lagrime. Noi fanciulli eravamo rossi in volto e convulsi e, dopo la lettura delle lettere e dopo le lodi dei parenti, uno per volta ci alzavamo per recitare forte il sermone che destava le stesse emozioni delle lettere. Con grande gioia infine ricevevamo i regali, che, per solito, consistevano in denari: denari che ci servivano per prendere parte alla tombola coi grandi e poterne vincere altri.
Alle dieci e mezzo precise un improvviso, giocondo suono di campana a festa squillava nella notte silenziosa sopra le vie deserte e sopra le case ed i campi ricoperti di bianco: “E’ nato!…. E’nato!…. Evviva Gesù Bambino!… Evviva!….” Tutti così gridavano tralasciando il gioco della tombola che festoso si svolgeva vicino al camino dove il ceppo era ridotto in un’unica grande bracia ardente.
Quel suono di campana veramente avvertiva che i sacerdoti si recavano nel Coro per cantare l’Ufficio e quindi mancava poco alla messa. I più vecchi ed i più piccini venivano accompagnati al letto, gli altri si preparavano per andare a messa. Le vie principali già formicolavano di persone che discorrevano forte ed allegramente mentre colpi di castagnole o di fucili e di rivoltelle scaricate in aria rimbombavano in segno di allegria. Il canto di qualche ubbriaco si perdeva intanto per i vicoli oscuri.
La campana tornava a suonare a festa una prima, una seconda, una terza volta. La messa parata usciva nella chiesa sfarzosamente illuminata ed affollata. Come un fremito di gioia si propagava tra i giovani e robusti contadini e tra le belle ragazze del popolo quando il sacerdote cantava il gloria a Dio nel più alto dei Cieli ed un bel bambino roseo di cera veniva automaticamente scoperto su l’altare maggiore tra i fiori di pezza, le candele ardenti, il fumo bianco dell’incenso ed il suono di numerosi campanelli di argento.
All’elevazione dell’Ostia, una voce di giovinetto accompagnata dall’organo cantava al piccolo Gesù una pastorale, con una melodia primitiva, semplice, tenue, commovente e che ricordava ancora una volta agli uomini il Cristo nato povero in una stalla:
Tu discendi
dalle stelle,
o re del Cielo.
O Bambino,
mio divino,
io ti veggo,
qui tremar,
al freddo,
al gelo!
O re del Cielo!
Quanto ti costò
l’averci amato.
Qualche fanciulla piangeva sommessamente. La messa era finita; tutti, mentre uscivano dal tempio, guardavano con interesse verso la pila dell’Acqua Santa che era vicino all’ingresso. Cercavano la strega! La persona che nella notte di Natale avesse preso l’Acqua Santa per segnarsi, quella era la strega o lo stregone ricercato e sarebbe stata inseguita dalla folla e, forse, anche malmenata. Tutto ciò mi risovviene, svegliando, in questi freddi, plumbei mattini di dicembre!

Note:
* un approfondimento di Giovanbattista Pitoni sulle usanze e le credenze della notte di Natale ad Avezzano (LINK)

* un articolo di Marsica Nuova (organo di informazione degli emigranti marsicani con sede a Pueblo, in Colorado) del 29 Maggio 1923 dedicato al libro di Giuseppe Pennazza (LINK)